LETTERA APERTA DI PAOLO MARTIN AL FILM DI CAIROLI

Scritto mercoledì 24 dicembre 2014 alle 20:54.

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LETTERA APERTA DI PAOLO MARTIN AL FILM DI CAIROLI

Riceviamo e pubblichiamo questa “lettera aperta” di Paolo Martin, la lettera spiega anche la versione del Team Manager veneto, il quale ritroviamo nel film di Tony dove racconta mediante un intervista alcune situazioni riguardante la carriera e il periodo di permanenza del Campione del Mondo, ovviamente non sapendo la vera storia, sia noi che molti di voi, vi chiediamo di prendere ed elaborare quanto scritto e se vorrete potrete lasciare un messaggio CLICCANDO il link, ci raccomandiamo solo dei commenti che potete lasciare!

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Buona lettura!

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Caro Antonio,

Ti confesso che quando ho visto il trailer del tuo film sono rimasto basito e deluso. So che sei una persona intelligente e pensavo che avessi valutato il mio apporto alla tua carriera in una maniera obiettiva, invece nelle tue parole ho sentito solo rancore.

Mi piacerebbe sapere perchè mi hai chiesto di fare un’intervista di un’ora per il film, che oltretutto ho fatto volentieri, per poi estrapolarne solamente una piccolissima parte dove dico che il tuo ambientamento è stato difficile e che non andavi d’accordo con qualcuno del team. Era questo quello che volevi sentirti dire?

Io sono stato il primo a credere in te. Quando ti ho visto la prima volta eri un bambino e si vedeva già che avevi del talento, ma non avevi le possibilità economiche per sostenere e far crescere le tua grandi capacità. Ho deciso di aiutarti, ti ho inserito nel nostro team, ti ho dato tutto quello che ti serviva per correre e per allenarti, compreso un meccanico. Eri ancora minorenne, ti ho dato i soldi per mangiare, ti ho pagato i biglietti del treno per andare a casa e quando non potevi tornare sei stato a casa da miei genitori. Mia madre ti ha trattato come un figlio, te lo sei dimenticato? Invece mi tocca sentirvi parlare solo di distinzioni tra nord e sud. Gli scherzi e le prese in giro tra ragazzi esistono da sempre, e non nascondono la volontà di discriminare o l’essere razzisti.

Non pretendevo che dicessi che sono un bravo tecnico o un tuo amico per la pelle, ma che ho fatto il possibile e l’impossibile per farti correre, questo si me lo aspettavo.

Vorrei ricordarti che Honda aveva chiuso la produzione 2T nel 2002, ma che già nel 2000 aveva fermato completamente lo sviluppo. Perciò sicuramente non eravamo competitivi contro le Yamaha 4T che si sono rivelate le prime 4T piccole, aprendo una nuova era.

Da Junior, a 15 anni ti ho fatto esordire nei GP mondiali senza aver fatto nessuna gara nè di Assoluti d’Italia, nè del Campionato Europeo e per questo sono stato molto criticato da tutti, e dico proprio da tutti. Quella esperienza è stata giudicata una pazzia, come lo era stata quella di far partecipare Gautier nel 2006 al GP in Irlanda. Anche lui era un emerito sconosciuto, che però l’anno dopo ha stravinto l’Europeo. Risultati alla mano, anche nel tuo caso farti vivere quelle esperienze da giovane si è rivelata una scelta azzeccata. Ma a  quanto pare te lo sei dimenticato velocemente. E voglio aggiungere che tutto questo è stato fatto senza chiederti un soldo, tutto a carico mio. Sei proprio sicuro di essere riuscito a diventare un atleta completo in qualche mese? A me risulta che ci voglia qualche anno…

Ricordo che il 2003 doveva essere un anno di rilancio. In quel periodo il main sponsor si è appropriato dell’immagine del nostro team. Soldi se ne sono visti pochi però, e sono ancora in causa per far rispettare quel contratto. Nonostante tutto, ho portato avanti ugualmente il programma che ti coinvolgeva, spendendo soldi di tasca mia. Ho fatto l’impossibile quando nessuno, e dico nessuno, credeva in te. Certo, nel team potrai aver trovato alcune persone con cui non andavi d’accordo, ma quando si è a contatto con tante persone non si può piacere a tutti, è la scuola della vita.

In quell’anno e nella stagione precedente avevamo anche chiesto un aiuto alla federazione. Purtroppo però io non faccio mai parte dei loro programmi e non ho mai ricevuto nessun aiuto.

Alla fine del 2003, quando avevi già deciso di andare via, con gli sponsor è stato deciso di indirizzare tutto il budget disponibile su Pichon e i frutti si sono visti. Abbiamo finito la stagione 2004 al secondo posto nel Mondiale, a pochissimi punti da Everts, dimostrando di essere tutt’altro che incompetenti. Al contrario, già allora eravamo giudicati una delle squadre private più innovative e organizzate del paddock.

Tu sai anche che quando hai scelto di lasciare il nostro team io avevo un contratto firmato per altri 2 anni. Tuttavia, dopo che sei andato via senza nemmeno dirmi una parola, ho scelto di non impugnarlo perchè volevo che fossi contento delle tue scelte e perchè un pilota deve sentirsi sereno per dare il massimo. Avrei potuto, ma tu avevi già fatto la tua scelta e non volevo ostacolarti.

Credimi, non capisco ancora adesso cosa ti abbia spinto a fare quelle dichiarazioni, ma spero che sia stato fatto tutto in buona fede, senza dare peso alle parole e alla ricostruzione dei fatti. Capisco perfettamente che sia stato difficile essere andati lontano da casa e per di più in giovane età e in un ambiente completamente diverso, con differenti abitudini e mentalità. Ma ti posso garantire che a volte è stato difficile anche per me.

Non serve che mi dilunghi ancora. Non sono in cerca di gloria, ma mi piacerebbe venisse rispettata la dignità del lavoro svolto, l’impegno e l’esperienza messe anche a tua disposizione. Se così non fosse, questo tuo comportamento sarebbe né più né meno come quello tutti i piloti che cambiano team e che non parlano mai bene del loro team precedente. Troppo facile far valere la regola che se il pilota vince il merito è suo, mentre se perde è colpa della moto o del team incapace. Bisogna avere rispetto per chi dedica la sua vita a questo magnifico e spettacolare

sport che è il motocross.

Con questo ti auguro tanta fortuna, come quella che hai sempre avuto quando sei salito  su una moto.

Paolo Martin

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Dear Antonio

I must admit that when I saw the trailer of your film I was taken aback and disappointed. I know you are an intelligent young man, and I thought you would have evaluated my contribution to your career objectively, but instead, I heard only resentment in your words.

Why, I ask myself, would you ask me to do an hour-long interview for the film — which I agreed to more than willingly — and then simply take a tiny part of it where I mention that you had difficulty acclimatizing and did not get on too well with someone or other in the team. Is this what you were actually hoping I would say?

I was the first to believe in you. You were just a boy when I saw you for the first time, but it was already clear you had talent. What you did not have were the economic resources to support and cultivate your great abilities. I decided to help you, I put you in our team, I gave you everything you needed to race and to train properly, including a mechanic. You were still a minor. I gave you money to feed yourself, I paid your rail tickets home, and when you were unable to get back to your family, I arranged for you to stay with my parents. My mother treated you as her own son. Have you forgotten that? And now I have to listen to this talk of divisions between North and South. Youngsters have always played jokes and wound each other up, but this does not mean that the intent is discriminatory or racist.

I never expected that you should call me a great technical brain, or your best friend. But that I did everything possible — and sometimes the impossible — to set you up as a rider: this I certainly hoped to hear.

I would remind you that Honda ended 2-stroke production in 2002, but the development programme had already been ended back in 2000. So there was no way we could have been competitive with the 4-stroke Yamahas, which were the trail-blazers in this class at the time.

As a Junior, at 15 years of age, I started you on world GP events without having contested any national Assoluti or European Championship races, for which I was heavily criticized by everyone. And I mean everyone. This decision was seen as an act of madness, as also was the decision to enter Gautier for the Irish GP in 2006. He too was a rookie — a complete unknown who won the European title by a mile the following year. And it was the same in your case, given the results. Handing you those opportunities at a young age turned out to be a winning strategy. But it seems you have forgotten this part of the story rather quickly. And I would add that all of this was done without asking you for a single penny. I picked up the tab for everything. Do you really imagine you became an accomplished rider in just a few months? In my experience, it takes a few years at least…

I remember that 2003 was to have been a relaunch year. During that period, the main sponsor took control over the image of our team. We never saw much money, however, and I am still in a legal battle to have that contract honoured. Nonetheless, I kept on with the programme you were involved in just the same, spending my own money. I continued to move mountains when no one

— but no one — had faith in you. Certainly, you may have come across a few individuals in the team not to your liking, but when you are thrown together with so many people it is impossible to please everyone. This is life, pure and simple.

In that same year, and during the previous season, we had asked for help from the Federation. The fact is, though, that I never figure in their programmes and have never received any help.

At the end of 2003, when you had already decided to leave, it was agreed with the sponsors to channel all of the available budget into bringing on Pichon. A decision that duly paid dividends. We ended the 2004 season second in the World Championship, just a few points behind Everts, proving that we were by no means incapable. On the contrary, we were already regarded at the time as one of the most innovative and well-organized privateer teams in the paddock.

You will also recall that when you decided to leave our team, you still had 2 years to run on your contract. All the same — even after you had left without so much as a word — I decided not to hold you to it because I wanted you to be happy with your choices, and because riders must have peace of mind to perform to the best of their ability. I could have insisted, but you had made your decision and I did not want to stand in your way.

Believe me, I still cannot think what might have led you to make these statements, but I hope that it was all done in good faith, without giving undue weight to words and to the reconstruction of events. I understand perfectly that it will have been difficult moving a long way from home, especially at a young age and to a completely unfamiliar environment, with different customs and ideas. But I can assure you that the situation was difficult for me too, at times.

I think I have said enough. I am not seeking praise, but I should like to see some respect for the worth of our efforts, and for the commitment and experience placed at the disposal of everyone, yourself included. Without respect, this attitude of yours would simply be the same as that of any rider who moves to a new team and then never has a good word to say about his previous outfit. It is too easy to say that when the rider wins, it is thanks to his talent, whereas when he loses it is the fault of the bike or the team. Respect is due to everyone who dedicates their life to this marvellous and spectacular sport of motocross.

I wish you the very best of good fortune, which you have always enjoyed whenever you jump on a bike.

Paolo Martin

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